Roccamonfina. E. Prata, in Civilta’ Aurunca 63/64

Posted by Work in Progress Luglio 17, 2011 Comments are off 1282 views

Breve profilo storico

Le prime testimonianze sull’esistenza di un insediamento stabile nel territorio di Roccamonfina, sono costituite dai resti di un acquedotto e da alcuni frammenti epigrafici in lingua osca rinvenuti in località Surienza. Uno questi, attualmente conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, reca l’iscrizione …]MIFINEÍS[…che è chiaramente in relazione con il toponimo attuale del centro campano e fa pensare allo sviluppo di un complesso urbano di particolare importanza attivo sin dal periodo pre-romano.

Solo con la fondazione della colonia di diritto latino di Suessa e la sconfitta degli Aurunci durante la battaglia del Veseris (313 a.C.) devono essersi stanziati nell’area gruppi di stirpe romana piuttosto consistenti.

Lo lasciano supporre, in particolare, i resti di strada selciata in alcuni punti ancora visibili in località S. Croce e quelli meglio conservati in località Cianiegliu, che ripercorrono con ogni probabilità tracciati viari di età imperiale, così come si verifica per gran parte dei percorsi ricostruibili nella vicina piana del Garigliano per il I ed il II secolo d.C..

E’ in questa fase, del resto, che si riscontra nelle colonie vicine, in special modo nell’ager suessanus e nella campagna falerna, una progressiva trasformazione dei sistemi di produzione agricola e la concentrazione di un’intensa attività edilizia.

La nota tradizione riportata dallo storico locale Gerolamo Perrotta in un documento degli inizi del 1700, secondo cui Roccamonfina sarebbe stata fondata dall’imperatore Decio rifugiatosi in queste terre per inseguire la sua amata Fina intorno al III secolo d.C., potrebbe trovare conferma, dunque, nello sviluppo di un possibile stanziamento strategico, attivo a partire da una fase pre-romana e successivamente potenziato dopo l’età augustea in connessione con il vicino e più esteso municipium di Suessa Aurunca.

Soltanto indagini archeologiche sistematiche intorno al territorio su cui insiste il moderno abitato, naturalmente, permetterebbero l’individuazione dell’impianto cittadino più antico e la ricostruzione del suo complesso sviluppo nel tempo.

I dati storici, del resto, mancano anche per i secoli successivi alla dominazione di Roma, almeno fino all’800.

E’ipotizzabile, comunque, che la città sia stata interessata dal passaggio dei Goti, dei Bizantini e dei Longobardi, fino a diventare nell’XI secolo “Regio Dominio” della Corona Normanna.

Da questo momento in poi, le informazioni che possediamo sulle dinamiche storico-sociali del territorio sono più definite.

Dopo l’unificazione delle tre signorie dei De Caiano, Galluccio e Marzano, Roccamonfina risulta possedimento della famiglia Galluccio.

Durante l’egemonia angioina (1266-1442) la città acquista il privilegio di un mercato settimanale e di una fiera annuale, per intervento soprattutto di Goffredo Marzano, ‘signore di Roccamonfina, Grande Ammiraglio e fedele Consigliere della Corona’, al quale sembra sia legata la costruzione di un castello con recinto fortificato, fornito di otto torri di avvistamento e difesa, in parte attualmente conservate.

Dopo l’assassinio di Marino Marzano, coinvolto nella congiura dei Baroni contro il re Ferrante I d’Aragona (1464), il centro diventa dominio della corona di Napoli.

Con l’arrivo in Italia di Carlo VIII, re di Francia, è donato, poi, al Gran Capitano Consalvo de Cordoba dal re Ferdinando il Cattolico (1507) e, successivamente, a Luigi Carafa principe di Statigliano (1550). Uno degli eredi di questi prende in moglie Elena Aldobrandi, nipote di Clemente VIII, che assume il titolo di ‘signora’ di Roccamonfina nel 1615 e vi soggiorna per un lungo periodo, durante il quale farà abbellire il castello fortificato che è ancora oggi visibile in piazza ‘Nicola Amore’.

Nel 1734, con Carlo III di Borbone, la città assume il titolo di ‘Terra Regia’ che conserverà fino al 1806 e solo con l’abolizione del sistema feudale per volere di Giuseppe Bonaparte.

Durante il periodo immediatamente successivo all’unificazione d’Italia (tra il 1861 e il 1862), azioni di rivolta e di brigantaggio ad opera di elementi non indigeni, provenienti dai territori soggetti allo Stato papale e quindi sorretti dalle stesse autorità pontificie e dai Comitati borbonici presenti a Roma, tormentano con estremo accanimento il Mandamento di Roccamonfina. Tra le bande che occupano stabilmente tutta la parte più settentrionale e montuosa della Provincia di Terra di Lavoro, si distinguono l’organizzazione di Angelo Maccarone, composta da oltre 30 individui e, a partire dal giugno del 1862, quella dei fratelli Francesco ed Evangelista Guerra, a cui si affiancano la maggior parte dei gruppi attivi tra il Monte Massico ed il Monte S. Croce.

Tra il primo ed il secondo conflitto mondiale, Roccamonfina subisce, insieme ad altri centri campani, distruzioni e disastrose violenze. Nel settembre 1943 si registra la deportazione in Germania di moltissimi dei suoi abitanti.

Nel 1960 un violento terremoto colpisce il patrimonio abitativo del Comune, modificandone l’aspetto originario. La lenta ricostruzione attuata degli anni successivi, con i fondi stanziati dallo Stato, ha consentito solo parzialmente la ricomposizione delle aree danneggiate e favorito in misura fino troppo ridotta il processo di riqualificazione dei diversi borghi che ne custodiscono la storia.

Il patrimonio storico-culturale

Santuario di Maria SS. dei Làttani

Il complesso del Santuario di Maria SS. dei Lattani è tra i più noti in Campania. La struttura comprende la Chiesa, il Romitaggio di S. Bernardino, il Chiostro, il Convento ed il Cortile.

Secondo la tradizione, la sacra immagine della Madonna fu scoperta all’interno di una grotta da un pastore impegnato a sorvegliare il proprio gregge di capre, intorno al 1430. La notizia si sarebbe diffusa con velocità in tutto il territorio circostante, tanto da attirare in pellegrinaggio S. Bernardino da Siena e S. Giacomo, i quali avrebbero fatto così costruire un tempio degno dell’evento. Una prima cappella, dunque, sarebbe stata inglobata nell’impianto di una chiesa romanica (1430), a sua volta parte di una struttura in stile gotico terminata solo tra il 1448 ed il 1507 e successivamente restaurata (1962 – 1966).

La costruzione è preceduta da un’imponente scalinata in pietra locale mediante cui si accede ad un portico in stile gotico, poggiante su quattro archi, ciascuno con tre file di nervature concentriche, in pietra basaltica locale.

L’interno della chiesa è ad una sola navata, coperta da volte a crociera sorrette da raffinati pilastri. Diverse finestre archiacute lasciano filtrare una luce soffusa, che avvolge le pareti ed i fedeli di un’atmosfera singolare.

All’interno della struttura, sul lato sinistro, è la cappella della Madonna, cui si accede attraverso tre larghi gradini. Una balaustra di marmo bianco ed alti cancelli di ferro montati in ottone custodiscono l’Immagine sacra in pietra basaltica. L’architettura della volta a cupola e le decorazioni sono in stile barocco, così come i due grandi affreschi che coprono le pareti laterali e l’Altare Maggiore, in lastre marmoree bianche e nere, fatto costruire nel 1638 e restaurato nel 1733 con l’aggiunta di un artistico paliotto.

Sul lato destro del complesso si sviluppa un chiostro rettangolare, circondato da colonne di forma e diametro differenti, su cui s’impianta parte del dormitorio dei frati francescani.

I dipinti conservati lungo i muri sono di straordinario interesse, così come quelli delle volte, eseguiti da Padre Tommaso di Nola tra il 1630 ed il 1637.

Entrando, sul lato sinistro del cortile di accesso, si osserva il Romitaggio di S. Bernardino, costruito verosimilmente prima della cappella originaria per accogliere i pellegrini, sulla cui facciata si riconosce una finestra di medie dimensioni ornata superiormente da una splendida rosa a traforo.

Sul lato opposto della struttura, libero da costruzioni, un panorama di castagni e piccoli borghi circonda l’intero complesso come fosse un abbraccio.

Chiesa Collegiata di Santa Maria Maggiore

La chiesa sorge nella piazza principale della città. L’ impianto originario è databile agli inizi dell’XI secolo, con successive trasformazioni ed ampliamenti.

All’interno si accede passando per due atri chiusi da cancelli di ferro e attraverso un portale in pietra basaltica. Si tratta di una struttura a tre navate congiunte da dieci arcate che si sviluppano a partire da otto colonne. Altre tre arcate simili si trovano all’ingresso a sostegno dell’Organo e della Cantoria.

Al centro del Presbiterio è collocato l’altare maggiore, fatto costruire nel 1739. Questo è chiuso da una balaustra in marmo e custodisce un raffinato Tabernacolo di forma circolare con quattro colonnette cilindriche ai due lati, pure in marmo policromo, datato al 1816.

Dietro all’altare è il Coro in legno lucido con gli stalli per i canonici e, in fondo alla parete, una tela con l’immagine dell’Assunta del 1763.

Di notevole interesse è il campanile: misura circa 40 metri di altezza e si sviluppa in cinque ripiani di forma ottagonale, l’ultimo dei quali chiuso da una balaustra di ferro terminante in una cupola a mattonelle maiolicate. Sulla facciata del basamento è collocato il pubblico orologio, di forma rettangolare, decorato con piastrelle di maiolica smaltate e colorate a fuoco, sulla cui superficie sono impresse le figure del sole, della luna e parte del paesaggio di Roccamonfina. Al di sotto di esso si trovano riprodotti lo stemma della città ed i simboli delle quattro stagioni.

Chiesa di tutti i Santi

La chiesa sorge nella frazione di Ciccioni. La struttura risale agli inizi del Mille, come attestato in particolare dal ritrovamento di una losanga, con iscrizione “1191”, da parte del parroco D. Alfredo Aurigemma nel 1934, durante alcuni lavori di restauro. Dopo il terremoto del 1930 ed i successivi interventi di manutenzione, furono portati alla luce, al di sotto dell’intonaco bianco relativo all’ultimo impianto, un arco in pietra del 1525 ed un affresco dello stesso periodo con l’immagine della Madonna del Carmine tra S. Carlo Borromeo e S. Antonio di Padova, che documentano lo sviluppo di un’ulteriore fase significativa per il complesso.

La chiesa conserva quattro dei cinque altari originari, tutti in marmo del secolo scorso, come le mattonelle esagonali realizzate per volere del parroco D. Giustiniano Petteruti.

Chiesa di S. Nicola di Bari

La chiesa sorge nella frazione Garofali. Dell’impianto originario del XVI secolo si conserva la struttura a tre navate ed un battistero di notevole pregio databile al 1558.

L’altare maggiore è posto in fondo alla navata centrale ed è in marmo antico colorato, diversamente dagli altari addossati alle navate laterali, in pietra e con predella in cemento armato bianco.

Chiesa e Convento di S. Domenico

La prima sistemazione del complesso risale al XVII secolo. Attraverso un’imponente scala si accede all’interno della chiesa, che conserva tre navate sostenute da volte finemente stuccate. In fondo alla navata centrale è l’altare maggiore, in marmo, con tre gradini e predella in legno. Alle spalle si sviluppa il coro dei Domenicani, con numerosi stalli in legno purtroppo attualmente mal conservati.

Nelle navate laterali sono posti altari in pietra di più piccole dimensioni. Accanto alla navata di destra è il magnifico campanile, più volte restaurato nel corso dei secoli insieme alla cupola rivestita da bianche mattonelle levigate.

Chiesa di S. Michele Arcangelo

La chiesa è collocata al centro della frazione Gallo e risale, con molta probabilità, alla prima metà del XVII secolo. L’impianto è a tre navate, definite da una doppia fila di colonne. Degli undici altari originari, se ne conservano solo tre, tutti d’interessante valore. In particolare, l’altare maggiore, posto in fondo alla navata centrale, presenta ancora il proprio rivestimento in marmi policromi ed è circondato dall’antico Presbiterio, che risulta isolato dal restante spazio mediante una balaustra marmorea. Alle sue spalle è un Coro di legno lucido con diversi stalli per i canonici. Nella navata laterale sinistra, accanto alla porta d’ingresso più piccola, si trova un battistero di marmo del 1634. Il pavimento, di poco precedente, fu invece rimosso nel 1935 in ogni sua parte.

Villa comunale e Monumento ai caduti

La Villa Comunale è di forma ellittica ed occupa quasi per intero lo spazio della piazza principale della città. Custodisce al suo interno piante ornamentali di particolare pregio, alcune fatte collocare nel 1616 dall’Università di Roccamonfina in accordo con la Duchessa D. Elena Aldobrandini. Più volte restaurata, a partire dagli inizi del 1700 con opere di sistemazione ed abbellimento, ospita dal 1929 un Monumento ai caduti della Grande Guerra. Il valore della struttura commemorativa è accresciuto dall’utilizzo di una colonnina in granito orientale, su cui è posta una statua raffigurante una Vittoria alata alta circa 3 metri, oltre allo stemma del Comune. Si tratta di un reperto archeologico importante, con ogni probabilità di età pre-romana e di certo appartenuto ad un tempio pagano, donato dalla curia vescovile di Teano agli inizi del secolo scorso.

Il dado sul quale è posto il pilastro è ornato da due bassorilievi di Vincenzo Meconio raffiguranti la Pietà e la Madre, che incorniciano, sul fronte, una lapide in marmo con epigrafe incisa.

Il patrimonio archeologico: proposta interpretativa

Sul Monte La Frascara, a circa 928 metri s.l.m., una ricca vegetazione costituita da castagni, ginestre e pungitopi, sorveglia i resti della più antica storia di Roccamonfina: l’Orto della Regina, un recinto in opera poligonale di notevole importanza per la ricostruzione dell’insediamento originario della città.

Si tratta di una struttura costituta da grossi blocchi di trachite dalle dimensioni varie, sul versante occidentale conservatasi per un’altezza di circa 4 metri, che presenta forti analogie tipologiche con le fortificazioni difensive italiche databili tra il VI e il IV sec. a.C. L’andamento della costruzione, che si estende per 180 metri circa, includendo in più tratti grosse sporgenze di roccia fino a 3 metri, ha la forma di un poligono irregolare dai lati piuttosto diseguali. Il perimetro esterno è costituito da blocchi a secco, ricavati verosimilmente spianando la sommità della vetta. La cortina è rincalzata al suo interno da filari di grosse pietre, sbozzate sommariamente, di dimensioni inferiori rispetto a quelle interne. L’ingresso, individuabile a sud-est, dà accesso ad un lungo corridoio sul cui battuto pavimentale sono stati rinvenuti diversi frammenti di tegole, che consentono di ipotizzare l’esistenza, al di sopra dei blocchi in trachite, di palizzate in legno con copertura regolare.

Ovviamente, l’assenza di tracce evidenti di abitazioni o di altri edifici nelle vicinanze, ha fino ad oggi escluso l’esistenza di un abitato stabile in antico.

Considerata la posizione del recinto e le sue modeste dimensioni, doveva trattarsi, in effetti, di un complesso fortificato, funzionale soprattutto al controllo sistematico delle aree di confine comprese tra la Valle del Liri e del Volturno, dal valore strategico indiscusso.

Nonostante le forti relazioni con le cinte murarie di età preistorica o protostorica, la costruzione potrebbe essere stato realizzata dagli Ausoni-Aurunci, che le fonti antiche (in particolare, Antioco di Siracusa in Strabone, V, 4, 3) indicano quali abitanti intorno al cratere. Tuttavia, considerato che nel corso del V sec. a.C. erano stati costretti a limitare la propria influenza nella piana a sud del Garigliano dai Sidicini e dai Romani, secondo il racconto dello storico Livio, il quale sposta lo scontro al IV sec. a.C. probabilmente per ridurre il peso dell’esercito romano nella distruzione della territorio aurunco, è possibile che si tratti piuttosto di una struttura realizzata dai Sanniti, che a partire dagli inizi del IV sec. a.C., si espansero proprio fino alla riva del Liri, realizzando un sistema difensivo a protezione di centri maggiori per contrastare l’avanzata dei Romani.

La presenza di una facies diversa dagli Aurunci nell’area intorno al vulcano di Roccamonfina dopo il V sec. a.C., del resto, è documentata da un’iscrizione osca databile al III sec. a.C.. Il testo, inciso su un blocco tufaceo riutilizzato in un cunicolo di captazione di età romana, conserva l’indicazione del toponimo MIFINEIS, che, come è già stato osservato, potrebbe essere considerata la più antica attestazione della forma nominale conservata nel toponimo attuale Roccamonfina.

Se fosse completo così come ci è pervenuto, sarebbe ipotizzabile, in effetti, l’esistenza di un toponimo al genitivo che ben si inserisce nella tradizione relativa alle pietre di confine. Sebbene i cippi terminali latini presentino più frequentemente il genitivo plurale dell’etnico, una tale ipotesi, infatti, troverebbe conferma nel fatto che il vulcano di Roccamofina costituiva in epoca pre-romana il confine orientale del territorio aurunco e di quello sidicino.

Nel toponimo Orto della Regina per la cinta del Monte La Frascara, potrebbe esserci invece il riferimento ad un ‘orto’ nel senso di ‘recinto sacro di una regina’, ma soltanto se nella regina fosse possibile riconoscere una figura divina, dotata di attributi regali, cronologicamente e topograficamente legati al muro fortificato in questione.

In effetti, la relazione tra sorgenti ed edifici templari antichi è attestata abbastanza frequentemente nel territorio appenninico di tradizione sebellica e potrebbe far pensare ad una diffusione nell’antico centro di Roccamonfina del culto di una divinità femminile connessa proprio alle sorgenti.

La presenza stessa di un Santuario sul Monte Lattani dedicato alla Madonna sembra confermarlo: il culto potrebbe aver conservato un’antica tradizione rituale legata ad una dea pagana fornita di qualità regali.

L’ipotesi troverebbe conferma anche nell’appellativo con cui si venera attualmente la Vergine (Regina Mundi), riconosciuto nel 1952 con bolla papale ma certamente più antico.

La notizia secondo cui nel 1580 il tempio era indicato a S. Maria de Fontibus, per la sua vicinanza ad alcune sorgenti, ancora, potrebbe far supporre che la dedica alla Vergine abbia sostituito una precedente tradizione religiosa legata ad una dea identificata e connessa con la sorgente stessa, oltre che con una vicina grotta naturale. L’acqua, d’altra parte, doveva essere intimamente collegata alla Madonna dei Lattani, se ancora fino al 1700 fluiva in un’apposita condotta nella chiesa per arrivare ad una vaschetta da cui i fedeli la attingevano.

Ovviamente, non è semplice definire l’orizzonte cronologico ed etnico in cui collocare la diffusione originaria di un tale probabile culto.

Da un lato, infatti, potrebbe essere considerata una tradizione di origine aurunca, vista la nota devozione degli Ausoni per le fonti, dall’altro potrebbe trattarsi più propriamente di riti legati alla sfera della maternità, in connessione a sorgenti ed a grotte, così come attestati per l’età arcaica (VI secolo a.C.) nell’Italia centrale. Se fosse così, non è escluso, allora, che il recinto di Monte La Frascara, prima di assumere specifiche funzioni strategiche contro l’avanzata dei Romani, abbia funzionato in origine soprattutto in relazione con culti e riti legati ad una dea di nome Mefitis (=radice di Mifinus?). Tale divinità, del resto, nei centri italici dell’Appennino Meridionale non solo era associata alle sorgenti ed alle emissioni solforose, ma era anche identificata con Iuno Regina, generalmente rappresentata munita di diadema e seduta su un trono, proprio come la Vergine dei Lattani.

Il vulcano

Il massiccio vulcanico del Roccamonfina, che si è estende tra la valle del Volturno a sud-est e la piana del Garigliano a nord-ovest, ha una cerchia craterica esterna larga mediamente 6 km. Al suo interno si collocano due coni di notevoli dimensioni formatisi in eruzioni successive. Le origini del complesso risalgono almeno a 600.000 anni fa; in 300.000 anni si è invece costruito un enorme cono alto 1750 metri. Intorno al cratere sorgevano altri coni più piccoli, con attività eruttiva particolarmente intensa. Un crollo della metà superiore del cono maggiore troncò il vulcano, formando un’ampia caldera, che presto nuove eruzioni di ceneri e lave colmarono, insieme ai due domi di Monte S. Croce (1005 m.) e Monte Lattani (810 m.). Tra i numerosi coni vulcanici, Monte Atano, Casi (Teano), colle Friello (Conca della Campania), Monte Ofelio (Sessa Aurunca), risultano interessanti soprattutto per il profilo a cupola semisferica. L’attività eruttiva, cessata da più di 50.000 anni, ha lasciato rocce uniche di composizione molto varia, tra cui Tefriti, Basaniti, Leucititi, Tufi, Ignimbriti, Latiti e Basalti.

L’ambiente

Il territorio del gruppo vulcanico di Roccamonfina è notevolmente ricco di boschi cedui, maestosi castagni e circa un migliaio di specie erbacee.

Tra fitti tappeti di primule, viole, gigli, gerani, orchidee selvatiche, eriche e ginestre, è possibile programmare escursioni in ogni momento dell’anno, incantandosi dei sorprendenti scenari naturali che si scorgono attraverso vecchi sentieri o passando per le numerose sorgenti d’acqua, i mulini abbandonati, i pagliai e le neviere. Queste, in particolare, per gran parte perfettamente riconoscibili tra i boschi, così come i più noti pagliai utilizzati come ripari provvisori dai contadini, erano impiegate fino qualche decennio fa in sostituzione dei frigoriferi. Diffuse anche in altre zone dell’Appennino Meridionale, a Roccamonfina hanno assunto forme e tipologie in funzione della specifica area geografica e delle necessità locali. Si tratta di vere e proprie costruzioni in muratura, prive di finestre ma con porte d’accesso, che, durante l’inverno, venivano riempite di neve fresca, trasportata con carriole o con cesti a mano e poi pressata con i piedi o con mazzuole artigianali in legno. Intorno ad esse, la storia di un popolo rivive in eterno i suoi ritmi, così come sempre accade nelle molteplici espressioni dell’ambiente che le circonda.

Feste popolari

Tra le ricorrenze della tradizione religiosa locale, la maggiore è la festa padronale, meglio nota come Calata di S. Antonio.

La statua del Santo, solitamente conservata nel Santuario dei Lattani, viene portata in processione durante l’ultimo martedì di maggio nella Chiesa Collegiata posta all’inizio della piazza principale della città. Il rito si ripete l’ultima domenica di agosto, quando tra musica, fuochi pirotecnici, preghiere e canti votivi, la figura del santo patrono viene riaccompagnata da tutta la cittadinanza in corteo solenne al Santuario.

Nei mesi estivi, diversi sono gli appuntamenti culturali e musicali programmati nell’ambito della rassegna Estate Roccana. La prima domenica d’ottobre è interamente dedicata, invece, al prodotto più importante di Roccamonfina, la castagna: durante la Sagra della Castagna, è possibile apprezzare le numerose specialità gastronomiche ed acquistare i prodotti migliori dell’artigianato locale.

Come arrivare

In auto: Uscita Caianello (A1) e poi seguire l’indicazione Roccamonfina (15 Km)

In treno: Raggiungere le stazioni ferroviarie di Sessa Aurunca-Roccamonfina, Vairano Scalo o Teano, quindi servirsi dei bus di linea.

In Pullman: esistono collegamenti giornalieri da Napoli, Caserta, Teano, Sessa Aurunca e Vairano Scalo.

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