Le Castagne

  1. La storia del castagno
  2. Estensione della castanicoltura in Campania, dimensioni aziendali, forme di conduzione, specificità provinciali
  3.  La castanicoltura nella Provincia di Caserta
  4.  Tecnica culturale del Castagno
  5.  Potatura
  6.  Raccolta
  7.  Le malattie del castagno: il cinepide galligeno (danni,piante attaccate,ciclo biologico)
  8.  Biodiversita delle castagne (tutti i tipi di castagne)

IL CASTAGNO

 

Il castagno è certamente una delle specie forestali più antiche. Probabilmente originario dell’Europa orientale e dell’Asia minore, grazie all’intervento dell’uomo si è diffuso in Italia e in tutta l’Europa centromeridionale. Esistono prove che già nell’età del bronzo (2000-1000 a.C.) questa pianta era presente in molte regioni italiane. Notizie del castagno si rinvengono negli scritti di molti autori dell’antichità. Plinio nel XV e XVI libro della Naturalis Historia ne fa una descrizione elencandone anche le principali razze. Virgilio nella I e VII Egloga delle Bucoliche si riferisce al castagno come un albero comune e ben coltivato, già prima della nascita di Cristo, le cui foglie venivano utilizzate per comporre ciacigli e le castagne erano considerate frutti di pregio. Gli antichi Romani diedero un contributo decisivo alla diffusione del castagno di cui apprezzavano sia i frutti che il legname, le cui caratteristiche di durezza lo rendevano idoneo alla realizzazione di opere strutturali come ricordato in vari scritti di autori tra cui Teofrasto e i già citati Plinio e Virgilio. Fin dal Medioevo la coltivazione del castagno ha rappresentato una scelta fondamentale per l’economia e la sopravvivenza nelle aree montane. Il castagno, da molti considerato “albero della vita”, ha, infatti, rappresentato la principale fonte di sostentamento delle popolazioni montane nei periodi invernali e nei periodi di carestia, e ha avuto un ruolo fondamentale nella vita familiare delle popolazioni rurali. Infatti, con il suo legno si costruivano le travi dei tetti delle case, i mobili, gli utensili e si alimentava il fuoco delle stufe e dei camini.Questi motivi, unitamente alle caratteristiche della pianta, tra cui, l’elevata longevità, la rapidità di accrescimento, l’alta capacità pollonifera hanno contribuito allo sviluppo della coltivazione del castagno che, nei primi decenni del 1900, ebbe la sua massima espansione. I castagneti venivano curati e gestiti con molta attenzione e per facilitare la produzione e la raccolta dei frutti si procedeva periodicamente a ripulire il suolo dalle erbe e dagli arbusti. Ma di fatto il declino della specie era già iniziato. Lo sviluppo economico, nuovi stili alimentari, un’agricoltura più evoluta basata sui cereali e, non per ultimo, l’abbandono lento e progressivo delle aree montane e collinari ha determinato nell’arco di un cinquantennio una forte contrazione delle superfici castanicole e della produzione di castagne. Ulteriori e ben più marcate contrazioni sono state, poi,legate all’insorgere di gravi fitopatie, tra cui il Mal dell’inchiostro causato dalla  Phytophthora cambivora e, in tempi più recenti, dalla Phytophthora cinnamomi e il Cancro della corteccia causato dalla Cryphonectria parasitica che hanno contribuito alla decadenza della coltura. Negli ultimi anni si sta assistendo ad una netta ripresa della castanicoltura da frutto, determinata sostanzialmente da due fattori. Da un lato la crescente richiesta del mercato sia per le castagne che per i marroni destinati sia al consumo fresco che per l’industria dolciaria, e dall’altro dal miglioramento delle tecniche di controllo fitopatologico che hanno consentito al’attenuarsi dei danni causati dalle principali patologie. Un segnale di ripresa sembra provenire anche dalla castanicoltura da fusto che soddisfa la richiesta di assortimenti legnosi di castagno, oltre che di paleria media per usi vari ed in modo particolare per gli interventi di ingegneria naturalistica. Ma la riscoperta del castagno, ad oggi, appare legata oltre che ad un interesse di mercato, alla riscoperta delle innumerevoli funzioni che i castagneti assolvono. Prima tra tutte una funzione paesaggistica, ricreativa ad ambientale. In molte aree del Paese il paesaggio montano e collinare è modellato attorno alle selve castanili, che rappresentano un richiamo intenso alle tradizioni e alla cultura delle aree rurali e che, spesso, rappresentano l’occasione sociale per la riscoperta delle origini e delle antiche usanze delle comunità locali. Il castagneto ben curato svolge, poi, un’importante funzione protettiva contro frane e smottamenti di terra e una difesa indiretta ma efficace sull’insorgere e sulla diffusione e propagazione degli incendi.

La ricerca e la riproduzione di varietà locali rappresentano un contributo alla difesa della biodiversità,

intesa in questo caso come funzione biologica di con del germoplasma. Anche la possibilità di ricavare pregiate produzioni secondarie come funghi porcini, ovuli e miele di castagno possono contribuire alla riscoperta del castagneto. Infine, la possibilità diaccedere a finanziamenti pubblici per il risanamento dei castagneti da frutto, per le coltivazioni biologiche,per l’imboschimento, e per la destinazione a fini energetici dei cedui castanili sta rappresentando uno deifattori di stimolo per la riscoperta e il recupero dei castagneti nelle aree montane e collinari.

Estensione della castanicoltura in Campania, dimensioni aziendali, forme di conduzione, specificità provinciali

Il castagno è una coltura che caratterizza profondamente alcune aree interne della Campania. Dopo anni segnati da difficoltà produttive legate alla diffusione di due malattie fungine, il cancro della corteccia e il mal dell’inchiostro, e alla trasformazione delle economie locali, oggi grazie anche all’interesse per i prodotti tipici questa coltura sta trovando anche in Campania nuove opportunità di valorizzazione economica. Ciò richiede tuttavia uno sforzo di perfezionamento delle tecniche di produzione, di lavorazione e distribuzione e delle strategie di marketing.Attualmente, quindi, anche in Campania, emerge una nuova attenzione ed un crescente apprezzamento per il castagno che nascono, oltre che dall’interesse economico della produzione frutticola o legnosa, dal riconoscimento dell’importanza del castagno nell’ecosistema agroforestale, nella difesa idrogeologica, nella funzione ambientale, nella vivibilità in montagna, nella dieta alimentare e nel più complessivo miglioramento della qualità della vita. Tutto ciò va legato intimamente al valore aggiunto intrinseco delle castagne e del castagno rappresentato dalle sue radici, da profondi rapporti con il territorio, dai valori storici, culturali, antropologici, sociali ed economici che hanno legato la presenza dell’uomo in certe aree all’esistenza del castagno (Bounous, 2003).

Una valutazione precisa dell’articolazione della castanicoltura in Campania  non è agevole in quanto le fonti disponibili danno informazioni non direttamente confrontabili. L’analisi delle statistiche ISTAT di tipo forestale assegna alla Campania una superficie complessiva investita a castagno pari a poco più di 23.000 ettari, corrispondente a circa l’8% della superficie nazionale L’Istat stima che di questi la superficie destinata alla produzione frutticola sia il 91%, pari quindi a circa 21.000 ettari. Il censimento dell’agricoltura dell’anno 2000 rileva invece, nell’ambito delle aziende agricole una superficie investita a castagno da frutto pari a 15.916 ettari . Confrontando queste fonti si può giungere ad un quadro dell’articolazione della castanicoltura che vede la superficie complessiva destinata per un 69% produzione da frutto in aziende agricole, per un 22% a produzione da frutto in proprietà forestali e per solo un 9% destinata alla produzione di legno. In merito alla proprietà delle superfici a castagno si rileva che la superficie di proprietà privata, che a livello nazionale è del 92%, in Campania è solo dell’81%  . Per quanto la quota privata sia nettamente prevalente, l’entità delle fustaie sottoposte a gestione pubblica appare considerevole. Tale dato evidenzia la necessità e la possibilità di una maggiore attenzione delle autorità regionali e locali nella determinazione di uno specifico “progetto castagno” nell’ambito delle linee di politica forestale e di presenza dell’uomo nelle aree montane.

Relativamente alla collocazione orografica evidenzia che la castanicoltura campana si concentra sui rilievi distribuendosi uniformemente tra montagna e collina.

In Campania sono state censite 13.169 aziende agricole con appezzamenti a castagno (1/5 del totale nazionale pari a 66.213) che, complessivamente coprendo 15.916 ettari, conducono più del 20% della superficie agricola nazionale investita a castagno. I dati del Censimento consentono di rilevare anche la distribuzione della castanicoltura da frutto nelle province campane .Questa interessa principalmente, in ordine di importanza in termini di aziende e superficie investita, le province di Salerno, Avellino e Caserta dove si concentrano il 93% della superficie e il 97% delle aziende

La castanicoltura nella provincia di Caserta

Nella provincia di Caserta vengono coltivate prevalentemente castagne e scarsa è quindi la produzione di marroni. La coltura si estende sia in aree pianeggianti che in aree acclivi. La varietà più importante è la Primitiva o Tempestiva; le zone più vocate, su  tereni vulcanici e freschi e ben esposti, sono ubicate nei comuni di Roccamonfina, Conca della Campania, Marzano Appio e Teano. E’ la castagna più precoce in assoluto e di difficile impollinazione con un’incidenza di bacato molto elevata (da 50 al 30%) ma presentando il non trascurabile vantaggio economico della precocità della raccolta e quindi di esclusività sul mercato, viene principalmente venduta per il mercato estero e per il nord Italia. La Castagna Tempestiva del Monte Santa Croce è in attesa del riconoscimento come IGP. Le altre varietà sono la Napoletana o Riccia, coltivata sul 50% della superficie provinciale, la Lucida o Lucente, coltivata solo nelle località di Garofali, Teano e Caianello e la Paccuta, coltivata nella sola Teano fino a 600mt slm. La Napoletana è considerata una castagna particolarmente pregiata per le caratteristiche del frutto molto dolce, di forma regolare e di buone dimensioni, con una percentuale di bacato inferiore al 15% del raccolto. La Paccuta è una castagna molto bella, regolare e con frutti grossi simili ai marroni (60/70 frutti in un Kg).

TECNICA CULTURALE

La tecnica colturale applicabile ai castagneti dafrutto si differenzia notevolmente a seconda dellatipologia di impianto che si considera. Una approfondita indagine (Santangelo  et al. 1992), effettuata in Campania dai locali Uffici agricoli e forestali, definì le seguenti nove tipologie colturali, distinte inrelazione all’ambiente, al livello di evoluzione dell’agrotecnica attuata, all’età e alla produttività dei castagneti:

– 1 – Castagneti di oltre 40 anni, degradati, non infittiti, che ricevono poche attenzioni colturali. Sono generalmente impianti di tipo tradizionale estensivo, con livelli di produttività piuttosto bassi, che caratterizzano in buona parte le fasce altimetriche montane o di alta collina e che sono andati degradandosi in relazione all’esodo della popolazione agricola di quelle zone ed alla virulenza del cancro corticale.

– 2 – Castagneti di oltre 40 anni, non degradati e che ricevono buone cure colturali. Trattasi di impianti tradizionali ma condotti in modo abbastanza razionale, ubicati nelle aree generalmente più vocate di media e bassa collina, su terreni ricchi di sostanza organica e ad erosione superficiale contenuta.

– 3 – Castagneti di oltre 40 anni, in ottime condizioni colturali. Si differenziano dai precedenti in virtù del livello di capacità imprenditoriale che è mediamente buono, per la razionalità della conduzione e per le cure appropriate che ricevono.Generalmente sono riferibili ad aziende direttocoltivatrici ed a quelle a conduzione in economia, di medie o grandi dimensioni, con viabilità interpoderale sufficiente ed in generale con una soddisfacente remunerazione dei fattori impiegati.

– 4 – Castagneti relativamente giovani (20-40 anni) tenuti in condizioni colturali di degrado. Rispetto agli impianti del primo tipo, si differenziano per l’età e talvolta per la maggiore virulenza degli attacchi del cancro da Cryphonectria parasitica che, unita all’esodo dalle campagne, ha portato alle condizioni di degrado oggi riscontrabili. In generale può considerarsi un sottotipo della prima categoria di impianti.

– 5 – Castagneti relativamente giovani (20-40 anni) tenuti in condizioni colturali buone. Sono riconducibili, generalmente, agli impianti del secondo tipo che però presentano la maggior parte delle piante in stato giovanile in virtù di rimpiazzi, fallanze, infittimenti e ricostituzioni.

– 6 – Castagneti relativamente giovani (20-40 anni) tenuti in condizioni colturali ottime. Rappresentano, ancor più degli impianti del tipo precedente, il risultato di uno sforzo notevole del conduttore nel ripristinare castagneti con ogni possibile razionalità. In generale sono impianti, che, seppur non ancora giunti ai livelli di produttività ottimale, si presentano in buon stato vegetativo e produttivo in virtù delle cure attente ed assidue

che ricevono.

7 – Castagneti riformati o ristrutturabili. Si riferiscono a quegli impianti che hanno subito, più o meno di recente, drastiche potature sopra il punto di innesto con ricostituzione della chioma e ripristino dell’aspetto vegetativo originario, riferito a prima dell’avvento del cancro e/o di un degrado colturale seguito all’abbandono della coltivazione per un certo lasso ditempo.

– 8 – Castagneti di nuovo impianto ottenuti attraverso conversione o riconversione di cedui in fustaie da frutto, negli ultimi 15-50 anni. A questa tipologia di impianti sono stati riferiti sia castagneti originariamente da frutto, ceduati a seguito della moria da cancro e successivamente ripristinati a fustaie da frutto (riconversione),  sia quelli nati come boschi cedui, generalmente per produrre pali, ubicati in aree idonee alla produzione del frutto che, anche a seguito degli incentivi pubblici ed alla diminuita virulenza della C. parasitica, sono stati trasformati in fustaie da frutto (conversione).

– 9 – Castagneti di nuovo impianto, realizzati negli ultimi 15-20 anni mettendo a dimora piantoni giovani su terreno nudo. Ci si riferisce cioè agli impianti ex novo istituiti con moderni concetti di tecnica colturale anche in zone in passato destinate ad altre colture agrarie. Nella letteratura tecnica oggi tali impianti vengono anche definiti“frutteti di castagno”.

 Il castagno in Campania

Ognuna delle suddette tipologie produttive richiede specifici interventi che, essendo costosi, rendono necessaria una preliminare analisi della locale situazione, che definisca la effettiva convenienza economica dell’impresa.

Impianti di tipo tradizionale Tra i molteplici fattori da considerare,facendo riferimento alle tipologie dominanti in

  1. Campania, che sono i castagneti di tipo tradizionale,si segnalano i seguenti:
  2.  componenti naturali dell’ambiente (clima, terreno, morfologia),
  3.  accessibilità,
  4.  distanza dal centro di lavorazione,
  5.  varietà coltivate nell’impianto,
  6.  rese unitarie,
  7.  stato sanitario,
  8.  possibilità di meccanizzare,
  9.  richieste di mercato,
  10.  utilizzo del sottobosco (funghi, ecc.),
  11.  utilizzo agrituristico,
  12.  valutazione finale relativa alla possibilità di modificare i fattori rilevati quali “non favorevoli” in “favorevoli” e ai contributi pubblici disponibili.

Terminata l’analisi, potrà talora risultare opportuno convertire o trasformare gli impianti in castagneti da legno ma se l’ambiente è vocato, la quota non eccessiva, le condizioni nutrizionali del terreno favorevoli e le cultivar hanno mercato, gli interventi di recupero avranno facile successo.

Per effettuare il recupero dei castagneti di tipo tradizionale è necessario integrare tra loro gli interventi al suolo e quelli alle piante, programmandoli in modo che eventuali deceppature e potature pesanti precedano la creazione di lunette e la sistemazione più superficiale del terreno, ad evitare di danneggiarlo. Si interviene sul terreno, mirando a ripristinare la viabilità e il corretto sgrondo delle acque superficiali per evitare erosione e ristagni idrici, consolidare il suolo, accumulare terreno attorno alle piante per nutrirle meglio con gradoni, ciglioni, lunette, ed altro, compresa la particolare tecnica di sistemazione detta “penta” nel forinese (AV).  Sulle piante già innestate con cultivar di pregio, e non troppo deperite, si interviene con la potatura (di cui si dirà più avanti) che può essere più o meno intensa a seconda che sia di ricostituzione, di ringiovanimento, di sfrondatura, di rimonda, di produzione, ecc., valutando la sinergica interazione che la potatura ha, con gli effetti di una eventuale fertilizzazione. Si infittisce infine l’impianto, per portarlo a densità ottimale (150-110 p/ha a seconda di cultivar e suoli), ricorrendo all’innesto dei selvatici “selvaggioni” nati spontaneamente nel bosco, o trapiantandovi astoni innestati precedentemente in vivaio

POTATURA

In arboricoltura la potatura viene spesso considerata come semplice lavoro di taglio e asportazione di parti di una pianta. Essa va invece vista comune insieme di interventi che devono mirare, con ragionevolezza, a modificare, in maggior o minor misura, l’equilibrio naturale esistente al fine di conseguire gli obiettivi che inizialmente ci si è prefissati e che possono essere: la produttività, il miglioramento della qualità dei frutti, l’abbassamento dell’altezza dell’albero, l’asportazione delle parti malate e così via.

Per il castagno da frutto in particolare, la potatura assume una rilevanza strategica e non a caso, insieme alla raccolta, è l’operazione colturale che incide maggiormente sui costi della sua coltivazione, anche perchè è difficilmente meccanizzabile.

Gli interventi di potatura vanno però realizzati, non solo con la consapevolezza degli obiettivi che ci si è posti, ma anche sulla base di una reale conoscenza della pianta e della sua attività fisiologica.

Il castagno in CampaniaAttraverso la potatura del castagno si è in grado diintervenire e quindi di influire: ‚ sulla produzione ordinaria, sia in termini quantitativi che qualitativi; sullo stato vegetativo di una pianta in situazione di degrado; sul recupero delle piante in situazioni fitosanitarie compromettenti; sulla destinazione produttiva del castagneto.

A monte di tutto, come si è già anticipato, occorre conoscere il ciclo produttivo e vegetativo dell’albero di castagno, nonché la sua conformazione anatomica. Questo perché nel dosare e distribuire gli interventi cesori, l’operatore deve avere già la consapevolezza di quello che potrà succedere a seguito del suo lavoro.

Ecco perché oggi la potatura degli alberi da frutto e quindi anche del castagno è affidata a veri professionisti i quali intervengono in modo corretto, scegliendo le epoche di taglio più opportune e limitando gli interventi solo a quelli necessari. Essi devono ben conoscere anche le malattie che colpiscono la chioma, e le tecniche che garantiscono la sicurezza dell’operatore. Fatta salva quindi la conoscenza delle basi della fisiologia del castagno, vediamo in dettaglio quali sono gli obiettivi della potatura, con riferimento ai punti sopra individuati.

Gli interventi che puntano ad influire sulla fruttificazione iniziano già al momento della scelta della forma di allevamento delle piante. E’ ovvio infatti che, soprattutto nel caso di nuovi impianti, la potatura si indirizza a favorire da subito l’equilibrio tra attività vegetativa e produttiva in modo da abbreviare anche la stazione di improduttività.

La potatura cosiddetta di produzione è indispensabile per favorire una fruttificazione elevata ma soprattutto equilibrata.

Essa mira soprattutto a dare luce alla chioma, a eliminare le branche esaurite, a rimuovere i rami secchi o troppo deboli. Gli esperti sanno dosare tale potatura in funzione della cultivar sulla quale intervengono, in relazione al diverso comportamento, vegetativo e produttivo di ciascuna varietà.

La prima funzione, si è detto, è quella di assicurare alla chioma una buona illuminazione e il massimo arieggiamento interno. Dare maggiore luce alle foglie si traduce di fatto in più elevata funzionalità fotosintetica che per il castagno, specie eliofila, significa maggiore differenziazione a frutto delle gemme e quindi maggiore produzione.

L’altra funzione prioritaria di tale potatura è quella del rinnovo costante delle branchette e dei rami fruttiferi, il tutto sempre assicurando un equilibrio tra attività vegetativa e produttiva della pianta. I rami cosiddetti esauriti vanno asportati per far sì che naturalmente se ne sviluppino altri destinati alla funzione produttiva. Tale intervento sulla pianta ingloba anche l’eliminazione dei rami secchi o di quelli visivamente troppo deboli.

L’intensità di tale operazione è in funzione della maggiore o minore necessità di ringiovanimento della pianta. Interventi di potatura annuali o biennali prevedono quasi sempre solo tagli di diradamento e di raccorciamento poco intensi in quanto la chioma della pianta è gestita dall’uomo in maniera continua ed equilibrata. Se, viceversa, la potatura avviene ogni 4-5 anni (ed oltre), si dovrà procedere il più delle volte a tagli piuttosto sostenuti e all’eliminazione di branche, anche primarie, nell’obiettivo di ripristinare quell’equilibrio vegeto-produttivo che l’incuria potrebbe aver generato. Un altro elemento che è andato sempre più ad acquistare importanza nella potatura è quello dell’epoca degli interventi. Anche nella moderna castanicoltura oggi si parla di potatura invernale ed estiva, alla pari della frutticoltura intensiva. Laddove è tecnicamente e economicamente possibile, senza turbare troppo l’organizzazione aziendale che vede generalmente quest’operazione posizionata esclusivamente in pieno inverno, è consigliabile di effettuare la potatura di produzione nel periodo primaverile-estivo, soprattutto in presenza di piante giovani per le quali si è impegnati ad assicurare la struttura definitiva dell’albero.

Gli interventi in verde permettono, infatti, di dosare in maniera opportuna la carica produttiva della pianta e riescono ad influire anche sulla qualità e pezzatura dei frutti. Alcuni potatori esperti valutano però rischiosa tale pratica, specie se fatta in maniera errata o fuori tempo, in quanto essa può provocare nel castagno nuove emissioni vegetative indesiderate nonché l’insorgere di cancri letali.

Nel castagno da frutto la potatura assume rilievo fondamentale anche nel recupero vegeto-produttivo delle piante in situazioni di degrado. Per recuperare un vecchio castagneto abbandonato o deperito a causa di precedenti attacchi di cancro è buona norma osservare pianta per pianta per stabilire gli interventi da porre in essere, in quanto questi sono correlati ad una serie di fattori che solo l’occhio attento dell’esperto potatore può cogliere.

In generale, gli interventi dovranno mirare: ad eliminare le branche e i rami secchi, a ringiovanire la chioma, a rinvigorire la pianta mettendola in condizione di generare nuove emissioni vegetative, a ripulire il tronco dai polloni e dai getti indesiderati, ad impostare la futura chioma andando a selezionare le branche e i rami utili a tale scopo. Anche per le potature di riforma vale il concetto di dare all’albero il massimo della luminosità alle parti interne della chioma. Diradando i rami più vecchi e mal distribuiti si stimolerà, inoltre, la futura fruttificazione delle branchette selezionate.

Il recupero della pianta verrà completato ripassando ogni anno, per circa 3 anni di seguito, a selezionare i ricacci e a dare un’impostazione razionale alla, procedendo nel contempo a verificare che sui tagli fatti non si sia insediato il cancro della corteccia,che andrà eventualmente asportato.

A volte, per il recupero del castagneto degradato può occorrere reinnestare le piante, per sostituire la varietà precedente ovvero per ricomporre alcune parti della chioma.

La potatura è pratica fondamentale anche nelle situazioni di recupero dei castagneti compromessi da attacchi parassitari ed in particolare dal cancro corticale. Ma la corretta potatura è anche uno dei metodi preventivi più idonei per mantenere la pianta in buon stato sanitario, soprattutto se si è in grado di “gestire” la presenza del parassita sull’albero in modo da evitare che esso possa diventare aggressivo e deleterio.

Basilare è la conoscenza del ciclo evolutivo del parassita (Cryphonectria parasitica) e del suo riconoscimento attraverso i sintomi sulla pianta. Capire i meccanismi dell’ipovirulenza, della compatibilità tra ceppi, dell’evoluzione, consente infatti al potatore di poter intervenire per tempo a salvaguardia della pianta e quindi della produzione.

E’ scontato, altresì, che nell’esecuzione della potatura del castagno, proprio per il pericolo incombente del cancro corticale, si dovrà porre la massima attenzione nell’evitare di contaminare gli attrezzi con le parti infette, onde evitare che gli stessi fungano da vettori del parassita.

Come è altrettanto ovvio che i tagli sulle branche, soprattutto quando sono di una certa dimensione, vanno eseguiti a regola d’arte: con la giusta inclinazione evitando così dannosi ristagni d’acqua e in maniera netta in modo da preservare la zona del collare.

Altre avvertenze sono: proteggere la superficie del taglio con fungicidi, disinfettare continuamente gli arnesi, allontanare e bruciare i residui della potatura. Infine, un cenno sulla cosiddetta “potatura in sicurezza”, che è stata concepita proprio per chi svolge questo mestiere nei castagneti da frutto su piante adulte. Oggi le tecniche che mirano a salvaguardare gli operatori agricoli nello svolgimento di pratiche come la potatura sono diverse e sempre più raffinate man mano che l’innovazione tecnologica mette a punto nuovi metodi ma soprattutto nuovi materiali ed arnesi sempre più evoluti.

La più recente è la tecnica del tree-climbing, mutuata dalla pratica sportiva dell’arrampicata sulle pareti rocciose che consente all’operatore, addestrato e che si avvale dell’ausilio di imbracature di sicurezza, di gestire gli interventi sulla pianta, anche ad altezze notevoli, nel modo meno rischioso per la propria incolumità.

Raccolta

La maturazione delle castagne è scalare e la raccolta procede dalla seconda metà di agosto (cultivar pre-coci euro-giapponesi) e da inizio settembre (cultivarprecoci europee) sino alla prima decade di novembre (cultivartardive europee). La maggior parte delle cultivar apre i ricci quando ancora sono sospesi in pianta, alcune però fan cadere a terra i ricci che serrano i frutti, e vanno aperti con “forchette” di legno fabbricate dai raccoglitori stessi. Un tempo si “bacchiavano” con pertiche i ricci in pianta, ma la pertica (che danneggia i rametti e facilita l’ingresso del cancro) non è oggigiorno economicamente conveniente.

La resa alla raccolta, varia da 5 a 15 e più kg/ora, a seconda della pezzatura dei frutti, delle condizioni del castagneto (giacitura, pulizia del sottobosco).

Poiché la raccolta manuale incide, nei castagneti tradizionali, per circa la metà del costo di produzione, si è cercato di agevolarla con sistemi e macchinari vari.

L’uso di andanatrici (a pettini rotanti) è applicabile in situazioni di pianura e permette di accumulare frutti e ricci in strisce dalle quali si estrarranno i soli frutti (manualmente o mediante aspiratrici o raccattatrici).

In situazioni collinari e montane di suolo sconnesso, sono impiegate talvolta aspiratrici a spalla (es.: quella della Cifarelli) che però affaticano e hanno capienza ridotta, o soffiatrici (es.: Stihl) che spingono ricci e frutti in andane da cui saranno raccolti in seguito. Macchine aspiratrici di buona o grossa potenza consentono di raccogliere sino da 20 m di distanza con tubi leggeri: ricci e frutti sono convogliati a separatrici per lo più interne alla macchina stessa; la loro resa dipende soprattutto dalla quantità di prodotto accumulatosi a terra. Ottime macchine turboraccoglitrici (aspiratrici e raccattatrici a spazzola con separatori) trainate o semoventi sono costruite in Italia, hanno potenza da 30 a 60 kW ma all’occorrenza anche superiori, il cantiere impiega per lo più due sole persone, le rese sono elevate (sino a 800 kg/ora, se il prodotto è abbondante e la giacitura è pianeggiante): citiamo, ad esempio, le ditte Facma, Agrintem, Monchiero, Tonutti, Rotair.

La Regione Campania e l’Istituto Sperimentale per  la Frutticoltura di Caserta hanno effettuato (congiuntamente e separatamente) giornate dimostrative e prove di verifica, in castagneti di più province, con esiti molto favorevoli.

Poco diffuso in Campania è l’impiego di reti per la raccolta, da posizionare sotto le piante in strisce larghe 4-8 m. A fine caduta ricci, sollevando le reti si convogliano frutti e ricci in cumuli, da cui si colgono con secchi e si versano in leggere macchine separatrici calibratici. Le reti possono essere adagiate al suolo o sollevate (a 40-80 cm) per agevolare la raccolta. Il loro impiego è limitato dal costo di acquisto e di messa in opera, ma l’efficacia è già stata sperimentata e riconosciuta in aree declivi, in cui le reti evitano la perdita di

prodotto per rotolamento. Per salvaguardare al meglio la qualità dei frutti è bene rispettare alcuni accorgimenti: evitare che i frutti ricevano colpi (battendo su sassi, o tra loro, o nei condotti metallici delle macchine raccoglitrici) perché l’amido della polpa imbrunirebbe facilmente; raccoglierli da terra presto, per evitare infezioni da crittogame e perdita di peso (molto favorite da elevate temperature dell’aria); non lasciarli accumulati in massa (fermentano e subiscono attacchi di tortrici) e repentinamente lavorarli (calibratura, eventuale trattamento in acqua e  conservazione per le varie destinazioni di mercato).

Le malattie del castagno: il cinepide galligeno

Il Cinepide Galligeno è un piccolo insetto, una vespa per la precisione, che provoca danni a quel secolare albero da legno e da frutto che è il castagno: una delle piante  apparentemente più sane di tutto il bosco, una delle più floride e grandi per dimensioni, corre dunque un notevole rischio. Un immediato deperimento è il risultato dell’opera di questo insetto, noto anche con il nome di cinepide del castagno, che può compromettere lo stato di salute di boschi castanili, compromettendo la produzione a livello nazionale di legno e di castagne.

Ci si accorge che un albero è contagiato da questo insetto quando si vedono comparire le cosidette galle, cioè ingrossamenti, di colore rosso cupo sulle foglie, sulle gemme e sugli amenti e sui germogli. Si tratta di ciò che potremmo descrivere come tumori: escrescenze cellulari, quindi causate dalla eccessiva prolificazione delle cellule vegetali della stessa pianta. Queste galle si conservano a lungo sul tronco e laddove compaiono, tanto che si può distinguere tra inflorescenze recenti e meno recenti.

 Piante attaccate

D. kuriphilus attacca sia il castagno europeo (Castanea sativa Mill.), selvatico o innestato, sia gli ibridi euro-giapponesi. La popolazione è costituita di sole femmine partenogenetiche, lunghe circa 2 mm e di colore nero con zampe giallo-brunastre, in grado di deporre fino a 100-150 uova senza accoppiarsi.

 

Ciclo biologico

Il Cinipide svolge una sola generazione l’anno,con comparsa degli adulti da fine maggio a luglio e deposizione delle uova nelle gemme delle piante ospiti. Le larve nascono a partire dalla fine di luglio e svernano nelle gemme senza che nessun segno visibile ne riveli la presenza ad un esame esterno. La ripresa dell’attività trofica delle larve nella primavera successiva induce la formazione di vistose galle su germogli, nervature fogliari e infiorescenze. Il ciclo biologico si chiude all’inizio del periodo estivo con la comparsa delle nuove femmine adulte, fertili. Gli attacchi del Cinipide sono facilmente individuabili per la presenza sui castagni delle galle che si presentano come escrescenze tondeggianti, con superficie liscia e lucida, inizialmente di color verde chiaro e in seguito rossastre

Danni

Gli attacchi di questo temibile fitofago possono determinare gravi danni, con perdite rilevanti non solo per quanto riguarda la produzione di frutti, ma anche con riferimento agli accrescimenti legnosi.

Precauzioni da adottare

Si raccomanda pertanto, al fine di ostacolarne la diffusione, di evitare l’introduzione di piantine, astoni e marze provenienti dalle aree ove il Cinipide è stabilmente insediato. Bisogna infatti ricordare che nel periodo invernale risulta difficile individuare con controlli in campo la presenza delle larve di prima età nelle gemme.

Il Cinipide galligeno del castagno può diffondersi peraltro mediante il volo delle femmine adulte e con il loro trasporto accidentale da parte di autoveicoli.Il mezzo di diffusione più pericoloso è comunque rappresentato dall’impiego di materiale di propagazione proveniente dalle aree infestate.

 

Biodiversita delle castagne (tutti i tipi di castagne)

 Il patrimonio vegetale castanicolo presente in Campania è costituito in massima parte dalla specie Castanea sativa Miller.La tassonomia botanica inserisce all’interno del Genere botanico  Castanea tre Sezioni e numerose Specie esse si sono differenziate e diffuse soprattutto in Asia e nel Nord America; invece la C. sativa appartiene alla sola Europa. Il castagno europeo, originario dell’Asia Minore, fu oggetto di una rapida iniziale “diffusione primaria” conseguente a fattori naturali, cui è seguita una ancor più rapida “diffusione secondaria” causata da fattori antropici.

La coltivazione della  C. sativa è stata diffusa nel continente europeo soprattutto dai primi popoli colonizzatori provenienti dal vicino Oriente e poi dai Romani, data la grande importanza che l’albero ha da sempre assunto per gli insediamenti collinari e montani, fornendo sostentamento alimentare (di pronto uso ma anche serbevole), legnami (da costruzione, da lavoro, da ardere) e sottoprodotti di utilizzo vario,(utensili, usi zootecnici, ecc.).

In Campania, in particolare, la coltivazione del castagno ha costituito sin da tempi antichi e tuttora rappresenta risorsa forestale, alimentare, zootecnica ed economica, gestita spesso secondo i buoni usi e la saggia cultura del passato: ad esempio, la vecchia pratica del “baratto” di prodotti agricoli è ancora in uso in alcune aree del beneventano, ove le castagne dei monti sono scambiate con il grano delle pianure.

Il germoplasma castanicolo campano del passato era presumibilmente tra i più ricchi e differenziati d’Italia, per la concomitanza di alcune peculiarità di questa regione. Vi è infatti diversità netta di condizioni pedoclimatiche tra le diverse aree del territorio, e ciò costituisce importante elemento discriminatorio nella selezione naturale degli ecotipi adattabili alle situazioni ambientali locali; pertanto col passare dei secoli la biodiversità castanicola formatasi spontaneamente per spinte naturali era già di per sé ampia. Entro questa diversità, l’azione umana di selezione portò a distinguere, e poi a coltivare (dapprima per semina e poi per innesto), i tipi che mostravano le migliori caratteristiche  di produzione e di qualità, sia del frutto che del legno. Al primo, ricco germoplasma, così disponibile in coltivazione, via via crescente a seguito della continua azione di selezione umana entro le popolazioni selvatiche, se ne aggiunse nel tempo dell’altro, a seguito di una inveterata abitudine agricola specifica campana: non si effettua l’innesto di un giovane selvatico o il sovrinnesto di una pianta già innestata, si preferisce invece attendere la prima fruttificazione del selvatico per valutare la bontà dei suoi frutti, e si conserva,comunque il germoplasma che prima è stato già selezionato per una qualche buona caratteristica.

Ulteriore arricchimento del germoplasma era infine causato dall’apporto di nuove varietà, non autoctone, importate a seguito degli scambi commerciali, intensi per via dei grossi porti regionali.

Tanta ricchezza di germoplasma  esistette probabilmente sino al tardo medioevo, fino a quando cioè iniziò una incisiva azione di razionalizzazione delle coltivazioni agricole e forestali ad opera dell’ordine monastico dei Benedettini, nei territori delle attuali province di Avellino e di Salerno, azione le cui conseguenze sono ben evidenti anche ai nostri tempi. I Benedettini, infatti, avevano aziende e boschi sia nel Principatus citra sia nel  Principatus ultra (cioè sia al di qua che al di là) rispetto alle Serrae Montorii (cioè dei monti che separano l’avellinese e il salernitano); il loro ordine ha come regola “ora et labora” (prega e lavora), così lavoravano al miglioramento agronomico, agricolo e forestale del territorio selezionando e diffondendo i migliori inserti del tempo (“insertus” significa innestato, innesto, cultivar innestata, da cui deriva la denominazione locale attuale delle cultivar dette “Nserta”). Furono selezionate poche varietà ben rispondenti alle condizioni pedoclimatiche locali; tra queste risultò ottima quella che costituisce oggi la base produttiva, molto ampia e relativamente omogenea, del cosiddetto “Marrone avellinese”; esso è diffuso soprattutto in Irpinia, nell’alto e medio salernitano, nel beneventano, in provincia di Napoli e, meno, nel casertano, con i nomi “Santomango”, “Montemarano”, “Marrone “ e altri. L’azione ora descritta, di “standardizzazione” colturale estesa nella Campania meridionale, con il conseguente appiattimento di germoplasma e perdita di biodiversità locale, non ha interessato la Campania settentrionale. Lì, anzi, la castanicoltura casertana. Il castagno in Campania mostra peculiarità che non trovano analogia in alcuna altra area castanicola italiana: il territorio conserva una quantità particolarmente elevata di varietà diverse tra loro sia per le caratteristiche morfologiche (dei frutti, delle foglie, ecc.), sia per le qualità merceologiche del prodotto, sia per la tolleranza alle avversità di natura fitopatologica. Così, accanto alle più diffuse “Tempestiva”, “Mercogliana” e “Napoletana” che costituiscono le produzioni più importanti dal punto di vista commerciale, troviamo la varietà “Olefarella” che dà frutti piccoli e perciò difficilmente commerciabili, ma ottimi di sapore per mangiarli in famiglia; la “Pacuta” dà frutti bellissimi che, seppur non ottimi di sapore, somigliano molto a quelli del marrone viterbese e trovano facile mercato; la “San Pietro” che resiste meglio ai freddi ed è meno attaccata  dal parassita balanino; e così via: la “Stracciasacchi”, la “Pezzutella”, la “Rossolella”, ed altre.

Evidentemente i castanicoltori locali avevano in passato individuato sul posto differenti ecotipi dotati di caratteristiche positive i quali, differenziandosi tra di loro e rispetto alla massa della produzione dominante, potevano garantire il raccolto riducendo  il rischio di perdere il prodotto a causa delle avversità di natura climatica o parassitaria: così facendo, i castanicoltori si assicuravano sia il cibo, sia una integrazione economica del reddito aziendale. I castanicoltori del casertano, inoltre, avevano  importato nel passato da altre province e regioni le migliori varietà esterne, per saggiarne le possibilità di coltivazione e di mercato. Iniziativa, questa, autonoma e utilissima, che perdura ai tempi nostri: in luogo, infatti, è iniziata la coltivazione di alcune varietà ibride francesi e di una ottima varietà di marrone piemontese. Come il “marrone di tipo avellinese” rappresenta la forza economica della miglior castanicoltura “da reddito” delle province di Avellino, Salerno, Benevento, e Napoli, così la “Tempestiva del Vulcano di Santa Croce” (detta anche “Primitiva”, o “Tempestiva”, o “Precoce di Roccamonfina”, Precoce di Teano”, ecc.), lo è per la provincia di Caserta..

Per effettuarne una valutazione più corretta in termini di principali caratteristiche produttive, morfologiche e merceologiche, è opportuno rapportare questo germoplasma al più ampio quadro delle varie tipologie costituenti la produzione nazionale complessiva, che ora descriviamo brevemente. Le cultivar italiane di castagno da frutto possono essere distinte, per la qualità del prodotto, nelle seguenti 4 categorie:

(1) Marrone fiorentino, o casentinese, o toscano (e, secondo le norme ICE, “marrone”).

E’ il rappresentante tipico della categoria dei marroni tradizionali italiani, ben studiato e descritto nei suoi aspetti biologici, pomologici, agronomici. E’molto apprezzato per le caratteristiche organolettiche della polpa (che ha sapore delicato) e per quelle tecnologiche (buona pelabilità, polpa che resiste alla cottura senza sfaldarsi, contenuta percentuale di semi doppi) che lo rendono idoneo, con ottimi risultati, a un’ampia gamma di utilizzi che vanno dal consumo allo stato “fresco” alla canditura. La farina, fine e molto dolce, ma poco serbevole, è utilizzabile per dolci speciali. La pezzatura media (cioè il numero di frutti in 1 kg) varia da 55 a 65; ed è superiore (50-55) in annate in cui prevale il frutto unico dentro il riccio. Il frutto ha forma ovale o ovale ellittica. Il pericarpo, di color variabile da marrone bronzato chiaro a rosso avana, ha tipiche striature scure rilevate. L’ilo ha forma più rettangolare che ellittica.

La pianta è autosterile, perché astaminea o brachistaminea. Assicurando impollinazione incrociata la fertilità è buona, ma la fruttificazione è spesso alternante. La produzione ad ettaro varia da 0,5 a 3 t, a seconda delle cure colturali che la pianta riceve. La cultivar è alquanto esigente in fatto di terreno e di clima.

In Campania è coltivato nel napoletano; c’è il “Marrone di Susa” nel salernitano; recentemente, un marrone cuneese è coltivato nel casertano.

(2) Marrone avellinese, o campano (e, secondo le norme ICE, “castagna-marrone di Napoli”).

Così definito già dal Breviglieri (op. cit.), è il marrone che alimenta la maggior corrente di “marroni” lavorati dall’industria italiana, che lo apprezza perché ha elevate caratteristiche tecnologiche: percentuale di settato molto contenuta, buona pelabilità, pezzatura idonea a diverse lavorazioni, polpa di buone caratteristiche  merceologiche e organolettiche, seppur inferiore per sapidità  e dolcezza a quelle del M. fiorentino, forma emisferica che ben consente di pelare al vapore le pezzature più grosse. La pezzatura media varia da 50 a 75, ma facilmente è maggiore. Il pericarpo ha color marrone fulvo, con striature evidenti ma meno fitte e rilevate rispetto al Marrone toscano. L’ilo ha forma più ellittica che rettangolare.

Le piante sono generalmente autosterili costituzionalmente, per malformazione o incompleta evoluzione dell’androceo. La fertilità è elevata, la fruttificazione è meno alternante rispetto al Marrone fiorentino.

La produzione ad ettaro è elevata, può variare da 1 a 5 e oltre t. La cultivar è meno esigente del Marrone fiorentino in clima e terreno, ma solo sui terreni fertili e sani esprime il meglio delle sue molte qualità. In Campania è coltivato con la denominazione “Marrone” in quasi ogni provincia.

(3) Castagne.

Al Marrone fiorentino e al Marrone avellinese seguono, per importanza economica mercantile, alcuni tipi di castagne, che raggruppiamo nelle seguenti classi di pregio:Castagne “marrone simili”. Hanno frutti di buona o elevata attitudine tecnologica, unita a idonea pezzatura. Simili al Marrone avellinese sono, ad esempio, alcune “Napoletane” e “Mercogliane” del casertano e beneventano.

Nel Centro e Nord Italia la qualifica“marrone simili” fa riferimento al “Marrone” di tipo casentinese. Castagne che maturano in epoca precoce. Le primizie sono molto quotate sui mercati specialmente se con frutto di buona pezzatura e dolce. Sono destinate al mercato del fresco la cui domanda, però, non si attiva se non con i primi freddi autunnali. In Piemonte è ottima la “Castagna della Madonna”, in Campania la “Rossa di S. Mango” (entrambe marrone-simili); ma commercialmente la più forte è la “Primitiva di Caserta”. Castagne utilizzabili in modo polivalente. Hanno di solito elevata produttività e buona pezzatura con discrete caratteristiche organolettiche e tecnologiche.

Ad esempio: la “Napoletana” del casertano, la “Verdole” dell’avellinese. Castagne con buona attitudine a utilizzi specifici. Per caldarroste: sono apprezzate per aver frutti particolarmente gustosi, sapidi, dolci, pur potendo difettare in pezzatura.

Es. “Napoletanella” e “Olefarella” del casertano. Per castagne secche: hanno frutti di solito molto dolci. Es. “Castagna di Montella” dell’avellinese. Per farina: hanno sapore gustoso e sono serbevoli. Castagne di elevata serbevolezza. Es. “S. Pietro” del casertano.

(4) Ibridi euro-giapponesi e castagni orientali.

I castagni orientali, Castanea crenata Sieb. et Zucc. (giapponese) e  Castanea mollissima Blume (cinese)

furono introdotti in Europa nei primi decenni del ’900 per essere impiegati quali portinnesti in grado di conferire, alle piante innestate con le cultivar europee, una maggior resistenza al mal dell’inchiostro ed al cancro della corteccia, con esito però negativo. A partire dagli anni ’70 furono importate varietà da frutto giapponesi per valutarne la validità sotto il profilo economico e le capacità di adattamento alle condizioni pedo-climatiche italiane, ma i risultati della sperimentazione condotta in Italia, per quanto peculiare  soprattutto del Piemonte, inducono a ritenere che sia da scartare la diffusione su ampia scala di alcune cultivar giapponesi quali produttori diretti.

Gli ibridi euro-giapponesi, ottenuti all’inizio soprattutto in Francia e introdotti in Italia dal 1974, presentano parziale resistenza al cancro della corteccia ed al mal dell’inchiostro, sviluppo più contenuto delle cultivar europee, discreta produttività, precoce entrata in produzione (3°-5° anno), epoca di maturazione precoce, frutti di elevata pezzatura e con le caratteristiche del marrone (bassa percentuale di frutti doppi o settati) ma devono essere impiantati in terreni fertili, non soggetti a ristagni di umidità, con pH a reazione preferibilmente sub-acida e privi di calcare attivo, irrigui, ad altitudine non superiore ai 500-600 m e richiedono le stesse cure colturali necessarie per le specie da frutto diverse dal castagno.

Sono coltivati soprattutto nel cuneese; in Campania si sono diffusi soprattutto nel casertano.

Le cultivar piùimpiegate sono “Precoce Migoule”, “Marsol”, “Bournette”. A fine anni ’90 sono state importate nel cuneese varietà cinesi, a frutto piccolo e molto dolce, ora allo studio in Piemonte. Sembra associato ad esse l’introduzione di un insetto molto pericoloso anche per la specie di castagno europeo, il Dryocosmus kuriphilus.

Fonti: il castagno in Campania

Share and Enjoy

Comments are closed.

Prossimi Eventi

Non ci sono events in arrivo al momento.

Informazioni turistiche su Roccamonfina

Roccamonfina.net
Email
Print

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi